www.flickr.com
Elementi di lele_rozza Vai all'album di lele_rozza

L'eroe dai mille volti

Quando ascoltiamo con divertito interesse le formule magiche bisbigliate da un variopinto stregone congolese, o leggiamo con raffinato compiacimento un’inadeguata traduzione degli aforismi del mistico Lao-Tse, o ci sforziamo di penetrare nei tortuosi meandri di un concetto filosofico di Tommaso d’Acquino, o cogliamo all’improvviso il chiarissimo significato di una bizzarra favola eschimese, non facciamo che riudire o rileggere lo stesso, proteiforme, eppure straordinariamente identico racconto, il quale inoltre ci lascia intuire ogni volta, con provocante pertinacia, la potenziale esistenza di infiniti altri racconti che non conosceremo mai.

La letteratura come menzogna

Si danno tuttavia altri libri che non si lasciano così agevolmente collocare. Fragili, anche se non di rado impetuosi, sembrano appartenere alla razza dei perituri. Invece, per non si sa quale parzialità della storia, del destino, degli dei, questi libri, per lo più leggeri, consumabili in poche ore di fulminea lettura, questa selvaggina della letteratura, che le piume sgargianti consacrano ad una giovane morte, resistono nelle nostre biblioteche; difficile sistemarli. Hanno l'arroganza del capolavoro; degli effimeri hanno la svelta protervia. Sopravvivono di generazione in generazione: forse sono eterni. Ma quanto bizzarri, irresponsabili eterni. I minimi e i minori, talora nel corso dei secoli trovano chi li toglie dal morto grembo degli archivi, come fossili che danno informazioni preziose sul clima, e la vegetazione di terre e di età scomparse; ma questi altri restano, sempre, frivoli, complici, donatori di ore di delizia, destinati a lettori comuni, anonimi, non meno che agli smaliziati, alle persone “colte”. Entrati di contrabbando in un empireo che non è stato progettato per loro, riescono a rimanervi grazie al festoso cinismo, al garbo delle loro favole lievemente insensate: e così conseguono una frodolenta eternità.

 

Un luogo è un linguaggio: noi possiamo essere “qui” solo accettando le regole linguistiche che lo inventano. Essendo il porsi di un linguaggio arbitrario e non deducibile, i diversi linguaggi indicheranno luoghi totalmente discontinui.

 

La letteratura dell'orrore vuole creare angosce, terrori, brividi, minuscoli traumi, così da fornire il titillamento augurale, che ci predisponga a quell'inferno che è il nostro naturale destino. La sintassi non è che un elaborato urlo di orrore, e un articolato lessico orna e addita piaghe verminose e vermiglie. Non v'è dubbio che il brivido, il ribrezzo, in qualche modo riconoscano, sia pure emotivamente l'impossibilità dell'universo. Tuttavia questa letteratura tocca livelli di rozzezza forse imperfettibili: ed in realtà solo il privilegiato genio può cavare grandi cose da una letteratura che, ipnotizzata da un'unica faccia della morte, è incapace di eseguirne il periplo completo.

 

Dickens è uno scrittore delizioso ed irritante. Quanto è difficile da maneggiare questo cordiale, unghiuto, un po' pingue, o forse pletorico, animale letterario, la cui gola poderosa sa articolare ogni sorta di voci: rugghi, rantoli, stronfi, e anche delicatissime fusa, tiepidi sgnaulii. Domestico o feroce? Quell'equivoco pelame tra giaguaro e gatto domestico ci fa cauti e perplessi.

 

Alice è un libro singolarmente adoperabile: non solo interpretabile, intendo, ma adoperabile come una macchina, un meccano, un giocattolo che, secondo che corra, ruoti, si apra, si chiuda, rotoli, vada in cerchi o in linea retta, cambia colore, rumore, allusione, ed è sempre elusivo, eccitante ed inutile.

 

Nabokov è naturalmente, “l'autore di Lolita”. Gli editori, esperti dei più inconditi e stabili riflessi condizionati dei lettori, sanno che, presentando un libro a quel modo, lo forniscono di credenziali autorevoli , esatte e allusive; il libro nuovo è in certa misura un bastardo, e pertanto giova che gli si getti addosso la grazia socialmente efficace di una genealogia insieme ineccepibile e ambigua.

 

Il mondo ci alletta, ci vuole galantuomini. Possiamo definire la letteratura una adunation, un impossibile, trasformandola tutta intera in una figura retorica. È indifferente all'uomo. Mantiene i contatti con lui solo nella misura in cui costui cessa di essere umano. Nell'istante in cui riesce a persuaderlo, anche implicitamente, che sofferenza, ingiustizia ed orrore, altro non sono che gradus ad Parnassum, escogitazioni per la scoperta di una sintassi imperfettibile, lo possiede, lo induce al peccato irreparabile, lo fa adultero, omicida e mentitore, e felicemente tale. Lo incorona disertore.

Non v'è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell'anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile; quante volte gli si è gettata in faccia l'antica insolenza degli uomini utili: “buffone”. Sia: lo scrittore è anche buffone. È il fool; l'essere approssimativamente umano che porta l'empietà, la beffa, l'indifferenza fin nei pressi del potere omicida. Il buffone non ha collocazione storica, è un lusus, un errore.

Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga secondo le strutture coattive del suo tempo. Detesta l'ordine e la buona coscienza, e la complicità dell'uno e dell'altra gli è fatale.

Sorvegliare e punire. La nascita della prigione

dice Foucault:

Ecco, secondo un regolamento della fine del secolo Diciassettesimo, le precauzioni da prendere quando la peste si manifestava in una città (90). Prima di tutto una rigorosa divisione spaziale in settori: chiusura, beninteso, della città e del «territorio agricolo» circostante, interdizione di uscirne sotto pena della vita, uccisione di tutti gli animali randagi; suddivisione della città in quartieri separati, dove viene istituito il potere di un intendente. Ogni strada è posta sotto l'autorità di un sindaco, che ne ha la sorveglianza; se la lasciasse, sarebbe punito con la morte. Il giorno designato, si ordina che ciascuno si chiuda nella propria casa: proibizione di uscirne sotto pena della vita. Il sindaco va di persona a chiudere, dall'esterno, la porta di ogni casa; porta con sé la chiave, che rimette all'intendente di quartiere; questi la conserva fino alla fine della quarantena. Ogni famiglia avrà fatto le sue provviste, ma per il vino e il pane saranno state preparate, tra la strada e l'interno delle case, delle piccole condutture in legno, che permetteranno di fornire a ciascuno la sua razione, senza che vi sia comunicazione tra fornitori e abitanti; per la carne, il pesce, le verdure, saranno utilizzate delle carrucole e delle ceste. Se sarà assolutamente necessario uscire di casa, lo si farà uno alla volta, ed evitando ogni incontro. Non circolano che gli intendenti, i sindaci, i soldati della guardia e, anche tra le cose infette, da un cadavere all'altro, i «corvi» che è indifferente abbandonare alla morte: sono «persone da poco che trasportano i malati, interrano i morti, puliscono e fanno molti servizi vili e abbietti». Spazio tagliato con esattezza, immobile, coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove, ne va della vita, contagio o punizione. L'ispezione funziona senza posa. Il controllo è ovunque all'erta: «Un considerevole corpo di milizia, comandato da buoni ufficiali e gente per bene», corpi di guardia alle porte, al palazzo comunale ed in ogni quartiere, per rendere l'obbedienza della popolazione più pronta e l'autorità dei magistrati più assoluta, «come anche per sorvegliare tutti i disordini, ruberie, saccheggi». Alle porte, posti di sorveglianza; a capo delle strade sentinelle. Ogni giorno, l'intendente visita il quartiere di cui è responsabile, si informa se i sindaci adempiono ai loro compiti, se gli abitanti hanno da lamentarsene; sorvegliano «le loro azioni». Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti ad ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti alle finestre (quelli che abitassero nella corte si vedranno assegnare una finestra sulla strada dove nessun altro all'infuori di loro potrà mostrarsi); chiama ciascuno per nome; si informa dello stato di tutti, uno per uno - «nel caso che gli abitanti saranno obbligati a dire la verità, sotto pena della vita»; se qualcuno non si presenterà alla finestra, il sindaco ne chiederà le ragioni: «In questo modo scoprirà facilmente se si dia ricetto a morti o ad ammalati». Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede: è la grande rivista dei vivi e dei morti. Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente: rapporti dei sindaci agli intendenti, degli intendenti agli scabini o al sindaco della città. All'inizio della «serrata», viene stabilito il ruolo di tutti gli abitanti presenti nella città, uno per uno; vi si riporta «il nome, l'età, il sesso, senza eccezione di condizione»: un esemplare per l'intendente del quartiere, un secondo nell'ufficio comunale, un altro per il sindaco della strada, perché possa fare l'appello giornaliero. Tutto ciò che viene osservato nel corso delle visite – morti, malattie, reclami, irregolarità - viene annotato, trasmesso agli intendenti e ai magistrati. Questi sovrintendono alle cure mediche; da loro viene designato un medico responsabile; nessun altro sanitario può curare, nessun farmacista preparare i medicamenti, nessun confessore visitare un malato, senza aver ricevuto da lui una autorizzazione scritta «per evitare che si dia ricetto e si curino, all'insaputa del magistrato dei malati contagiosi». Il rapporto di ciascun individuo con la propria malattia e con la propria morte, passa per le istanze del potere, la registrazione che esse ne fanno, le decisioni che esse prendono. Cinque o sei giorni dopo l'inizio della quarantena, si procede alla disinfezione delle case, una per una. Si fanno uscire tutti gli abitanti; in ogni stanza si sollevano o si sospendono «i mobili e le merci»; si spargono delle essenze; si fanno bruciare dopo aver chiuso con cura le finestre, le porte e perfino i buchi delle serrature, che vengono riempiti di cera. Infine, si chiude la casa intera, mentre si consumano le essenze; come all'ingresso, si perquisiscono i profumatori «in presenza degli abitanti della casa, per vedere se essi non abbiano, uscendo, qualcosa che non avessero entrando». Quattro ore dopo, gli abitanti possono rientrare in casa. Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito tra i vivi, gli ammalati, i morti - tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare. Alla peste risponde l'ordine: la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onniscente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell'individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. Contro la peste che è miscuglio, la disciplina fa valere il suo potere che è di analisi. Ci fu intorno alla peste, tutta una finzione letteraria di festa: le leggi sospese, gli interdetti tolti, la frenesia del tempo che passa, i corpi che si allacciano irrispettosamente, gli individui che si smascherano, che abbandonano la loro identità statutaria e l'aspetto sotto cui li si riconosceva, lasciando apparire una tutt'altra verità. Ma ci fu anche un sogno politico della peste, che era esattamente l'inverso: non la festa collettiva, ma le divisioni rigorose; non le leggi trasgredite, ma la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli della esistenza, del regolamento - e intermediario era una gerarchia completa garante del funzionamento capillare del potere; non le maschere messe e tolte, ma l'assegnazione a ciascuno del suo «vero» nome, del suo «vero» posto, del suo «vero» corpo, della sua «vera» malattia. La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l'ossessione dei«contagi», della peste, delle rivolte, dei crimini, del vagabondaggio, delle diserzioni, delle persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine. Se è vero che la lebbra ha suscitato i rituali di esclusione, che hanno fornito fino ad un certo punto il modello e quasi la forma generale della grande Carcerazione, la peste ha suscitato gli schemi disciplinari. Piuttosto che la divisione massiccia e binaria tra gli uni e gli altri, essa richiama separazioni multiple, distribuzioni individualizzanti, una organizzazione in profondità di sorveglianze e di controlli, una intensificazione ed una ramificazione del potere.

E ancora

La peste (almeno quella che resta allo stato di previsione) è la prova nel corso della quale si può definire idealmente l'esercizio del potere disciplinare. Per far funzionare secondo la teoria pura i diritti e le leggi, i giuristi si ponevano immaginariamente allo stato di natura; per veder funzionare le discipline perfette, i governanti postulavano lo stato di peste. Nel profondo degli schemi disciplinari, l'immagine della peste vale come quella di tutte le confusioni e di tutti i disordini; così come l'immagine della lebbra, del contatto da recidere, è all'origine degli schemi di esclusione. Schemi differenti, dunque, ma non incompatibili; lentamente li vediamo avvicinarsi; ed è peculiare del secolo Diciannovesimo l'aver applicato allo spazio dell'esclusione, di cui il lebbroso era l'abitante simbolico (ed i mendicanti, i vagabondi, i pazzi, i violenti formavano la popolazione reale) la tecnica di potere propria dell'incasellamento disciplinare. Trattare i «lebbrosi» come «appestati», proiettare i tagli precisi della disciplina sullo spazio confuso dell'internamento, lavorarlo coi metodi di ripartizione analitica del potere, individualizzare gli esclusi, ma servirsi di procedimenti di individualizzazione per determinare le esclusioni - è quello che è stato fatto regolarmente dal potere disciplinare dall'inizio del secolo Diciannovesimo: l'asilo psichiatrico, il penitenziario, la casa di correzione, lo stabilimento di educazione sorvegliata, in parte gli ospedali - in generale tutte le istanze di controllo -, funzionano su un doppio schema: quello della divisione binaria (pazzo – non pazzo, pericoloso - inoffensivo, normale - anormale); e quello dell'assegnazione coercitiva, della ripartizione differenziale (chi è o deve essere; come caratterizzarlo, come riconoscerlo; come esercitare su di lui, in maniera individuale, una sorveglianza costante, eccetera). Da una parte si «appesta» un lebbroso; si impone agli esclusi la tattica delle discipline individualizzanti; e dall'altra l'universalità dei controlli disciplinari permette di individuare chi è «lebbroso» e di far giocare contro di lui i meccanismi dualistici dell'esclusione.

La divisione costante tra normale e anormale, cui ogni individuo è sotto posto, riconduce fino a noi, e applicandoli a tutt'altri soggetti, il marchio binario e l'esilio del lebbroso; l'esistenza di tutto un insieme di tecniche e di istituzioni che si assumono il compito di misurare, controllare e correggere gli anormali, fa funzionare i dispositivi disciplinari che la paura della peste richiedeva. Tutti i meccanismi di potere che, ancora ai nostri giorni, si dispongono intorno all'anormale, per marchiarlo come per modificarlo, compongono quelle due forme da cui derivano di lontano.

Poi io sento quelli che invocan la sicurezza, le telecamere e i forconi e mi viene l'ansia.

Macchiavelli, la politica, la storia e i tempi moderni

Gli eventi che hanno caratterizzato la politica negli ultimi giorni sembrano particolarmente rivoluzionari.
Si raccontano cambiamenti in corso di grande rilievo, in modo particolare viene richiesta una profonda riforma del Partito Democratico. A sinistra del PD Vendola ha già lanciato il suo cantiere.
E' tutto un vociare cambiamento, rilancio, impegno. Ci sono già i leader designati a scontrarsi nella battaglia campale.

Mi colpisce anche come sia bastato il flop nel piccolo Friuli Venezia Giulia per liquidare l'esperienza M5S.

Poi mi capita un piccolo PBE, quei libri Einaudi che mi fan venire matto quando giro per le libreire dell'usato.

Eugenio Garin scrive un saggio breve (che raccoglie due conferenze) dal titolo: Macchiavelli tra politica e storia.

Io l'ho letto, e ne ho tratto tre concetti:

Fare politica significa studiare e capire la storia, e servirsene. La verità non è figlia del tempo, ossia non è il frutto conquistato di una faticosa ricerca; è la realtà sempre uguale a sé stessa a cui si è strappata la maschera del tempo.

E non è molto rincuorante sia dal punto di vista della necessità dello studio, sia dal punto di vista della realtà sempre uguale a sé stessa.

[…]
Eadem sunt omina semper (De rerum natura)

La citazione tratta da Lucrezio dice che i presagi sono sempre gli stessi

[…]
Macchiavelli sapeva, e lo ripeterà, che il richiamo della storia è destinato a rimanere sempre inascoltato.

E infine Garin ci ricorda il Macchiavelli pensiero.

Insomma, io non la vedo bene, ecco.
 

Realizzato con Drupal, un sistema open source per la gestione dei contenuti