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In qualche caso scrivere è un modo per guardarsi dentro. Più spesso è un modo per fare ordine nei pensieri e nei progetti.
Scrivere permette di guardare le cose con abbastanza distanza, e mediazione, da vederle per quello che sono.
Scrivere fa compagnia, permette di mettere a fuoco i pensieri, permette una visuale esterna, fa decidere.
Per snobismo culturale, credo, oppure per pigrizia, ma insomma per nessun motivo nobile, mi sono messo a leggere solo cose un po’ vetuste.
Mi sto rileggendo un po’ di autori italiani che raccontavano gli anni 50 e 60 (sto facendo una scorpacciata di Flaiano, dopo essermi riletto Calvino, Manganelli e avere abbandonato, per l’ennesima volta, Gadda), e ho ripreso in mano un po’ di filosofi di quelli che non sono più di moda, e mi rileggo Baudrillard, Adorno e Marcuse.
Stamattina, bel bello andavo alla stazione in motoretta, che devo fare una quindicina di chilometri. Dopo uno starnuto, che meno male ho aperto il casco, mi è toccato fermarmi per soffiarmi il naso. Allora mi sono fermato nel paesello accanto a quello dove abito io, che è abbastanza piccolo da fare sembrare il mio (quello dove abito insomma) quasi grande.
Oggi mi è capitato di dire una cosa che ho sempre saputo, ma che probabilmente non avevo mai detto.
Il risultato è che dopo che l’ho detta, e il mio interlocutore ha fatto gli occhi grandi, mi è venuto voglia di scriverla, che così magari la capisco meglio anche io.
Mille milioni di anni fa mi sono guadagnato da vivere facendo trattamenti shiatsu, mi sono fatto la mia scuola, i miei seminari, e mi sono messo a toccare le persone.
Scoprendo peraltro che ci si tocca pochissimo, ed è un peccato, e che se ci si tocca si abbreviano un sacco le distanze.
Io tendo a toccare molto le persone.
Il conta