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La commedia di Charlot, un tempo vista come possibile metafora della rivoluzione imminente torna di estrema attualità.
Il proletario di Chaplin è affamato, scaltro e sofferente, e vuole mangiare. Niente altro. Fame e voglia di qualcosa di buono.

In qualche caso scrivere è un modo per guardarsi dentro. Più spesso è un modo per fare ordine nei pensieri e nei progetti.
Scrivere permette di guardare le cose con abbastanza distanza, e mediazione, da vederle per quello che sono.
Scrivere fa compagnia, permette di mettere a fuoco i pensieri, permette una visuale esterna, fa decidere.
Per snobismo culturale, credo, oppure per pigrizia, ma insomma per nessun motivo nobile, mi sono messo a leggere solo cose un po’ vetuste.
Mi sto rileggendo un po’ di autori italiani che raccontavano gli anni 50 e 60 (sto facendo una scorpacciata di Flaiano, dopo essermi riletto Calvino, Manganelli e avere abbandonato, per l’ennesima volta, Gadda), e ho ripreso in mano un po’ di filosofi di quelli che non sono più di moda, e mi rileggo Baudrillard, Adorno e Marcuse.
Stamattina, bel bello andavo alla stazione in motoretta, che devo fare una quindicina di chilometri. Dopo uno starnuto, che meno male ho aperto il casco, mi è toccato fermarmi per soffiarmi il naso. Allora mi sono fermato nel paesello accanto a quello dove abito io, che è abbastanza piccolo da fare sembrare il mio (quello dove abito insomma) quasi grande.