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Per snobismo culturale, credo, oppure per pigrizia, ma insomma per nessun motivo nobile, mi sono messo a leggere solo cose un po’ vetuste.
Mi sto rileggendo un po’ di autori italiani che raccontavano gli anni 50 e 60 (sto facendo una scorpacciata di Flaiano, dopo essermi riletto Calvino, Manganelli e avere abbandonato, per l’ennesima volta, Gadda), e ho ripreso in mano un po’ di filosofi di quelli che non sono più di moda, e mi rileggo Baudrillard, Adorno e Marcuse.
L’aspetto del tutto stupefacente in queste letture è la loro assoluta contemporaneità. Sono attualissimi, oltre ogni aspettativa.
Flaiano ci racconta un italietta che è quella del nostro presidente del consiglio, ai tempi c’erano i comunisti (davvero) e la DC, ma nei fatti, le persone, gli arrivismi, le miserie erano proprio uguali uguali.
Baudrillard ci racconta la società dei consumi (era il 1970 l’anno della prima pubblicazione) e mi sembra che racconti la nostra pubblicità, la nostra politica, la nostra società.
E, se da un lato la cosa è abbastanza straniante, nel senso che sembra che l’acqua sotto i ponti passi invano, dall’altra è molto rassicurante. L’apice della decadenza o ha tempi geologici, oppure, semplicemente, non c’è nessuna decadenza, ma una banale continuità che sì, per me, snob, è triste e dolorosa, ma in fondo, mi mette tranquillo verso un futuro mediocre ma sereno, dentro il borborigma indistinto dell’umanità che evolve.
Come ti capisco! anch'io rileggo Flaiano, Calvino e per la prima volta, invece, non abbandono Gadda. Condivido anche la scelta di Baudrillard, Adorno e Marcuse, anche se trovo interessante come abbiano posto i semi di una lettura critica della Modernità morente, quindi più che attuali li trovo fondamentali per cercare di aggirarmi tra le macerie di un pensiero che ci ha così caratterizzato e che ora è stato profondamente mutato. Trovo nei loro scritti le ragioni di un mutamento di cui ora iniziano a delinearsi i primi tratti davvero visibili
Mettere il loro pensiero (ma anche quello di Gramsci e Pasolini) a confronto con quello di Deleuze, Virilio, Foucault e Jameson, è come tracciare una sorta di linea ideale del pensiero che arriva al contemporaneo dove ogni forma di critica storica viene a cadere. Non credo alla decadenza ma nemmeno all' "eterno ritorno"... qualcosa è cambiato ed è il nostro pensiero che non riesce ancora bene a intuire il cambiamento, ciò che non cambia è la nostra essenza di uomini, la vita, l'intuizione, mentre la società è in mutazione (non mi piace parlare né di evoluzione né di rivoluzione)... è che risulta più confortevole a scrittori, pensatori, giornalisti e politici continuare ad usare gli stessi termini, a immaginare dialettiche e forme di critica che non hanno più senso. Penso che sia in questo stridore tra società, scienza e pensiero e forme di lettura (ideologia?) che sta il problema delle democrazie occidentali per esempio. Le nostre "teste pensanti" faticano a servirsi di nuovi strumenti per analizzare e leggere il reale (pensa al caso dell'informazione) e questo ci lega e ci impaccia... siamo anacronistici nel pensiero e forse riprendere il filo proprio a partire da Adorno, Marcuse e Baudrillard ci è utile a patto di servircene come di una mappa per orientarci, una mappa diacronica per poter raggiungere nuove forme di pensiero critico più inerenti alla nostra realtà...
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